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Il Furto

Un ultimo sforzo, ci sono quasi.
Devo farlo in fretta.
Devo farlo in silenzio.
Se le guardie mi scorgessero qui, aggrappato ad una parete, a una ventina di metri da terra, a cinque dalla feritoia più vicina, sarebbe un bel guaio. Perdere la vita così, buttato giù nel fossato o trafitto da qualche freccia, prima ancora di essere entrato nel palazzo… La mia reputazione ne risentirebbe tantissimo.
Ecco, ci sono, finalmente. Ascolto in silenzio. Non sento passi, ne’ voci; solo le cicale che cantano il loro notturno. Un balzo ed è fatta: sono dentro.

Profumo dolce. Ampia sala. Un letto a baldacchino. Troppa luce, maledetta Luna! Con una rapida occhiata cerco l’ombra più vicina e mi ci avvolgo. Armadi. Un grande specchio al muro di fronte al letto vuoto. Devo trovarmi nella stanza di una donna, a giudicare dagli oggetti sul tavolino e da quel forte profumo fin troppo dolce. Non lo sopporto. Mi nausea.
Ispeziono meglio la stanza. Carini questi abiti, ottima fattura. A giudicarli dal disegno, la padrona della stanza deve essere ancora giovane e molto esile. E quanti gioielli. Di valore, si, ma non quanto quelli posseduti dalla Contessa (e ora in mano a un amico mio che fa ottimi prezzi: furto redditizio, quello…). Quasi quasi… Passi?!

La cadenza e il suono leggero mi fa intendere che devono essere i passi della donna che dorme qui. Rimetto in fretta a posto tutto mentre si avvicina, raggiungo le ombre e mi ammanto in esse. Giusto in tempo. La porta si apre.
Entra una donna dalla corporatura esile, come previsto; pesantemente truccata, e dai capelli acconciati come solo una nobildonna potrebbe. Io sono per le cose semplici: acconciature così elaborate non mettono per nulla in risalto il viso. Viene verso di me, ma non mi guarda. Preferirei evitare di colpirla: ogni scontro è un rischio, una traccia lasciata, un possibile allarme. E poi non amo certo la violenza. Il furto è un’arte, piena di grazia e ingegno. La forza bruta mina la perfezione dell’opera con la sua rozzezza. Ma è a volte necessaria. Non in questo caso, comunque.
La donna non sembra essersi accorta di me. Si accomoda per andare a dormire. Gran bella donna in verità, in veste da notte molto più carina. E con i capelli sciolti, senza quella orribile acconciatura… in effetti questo profumo dolce ti si addice, è dolce come i tuoi lineamenti e le tue curve. Mi piacerebbe conoscerti, mia cara, mi piacerebbe stringerti tra le braccia. Mi piacerebbe moltissimo, ma non ora. Ora va’ in fretta nel mondo dei sogni. Non vorrei essere costretto a mandartici io. Iniziare una relazione con un colpo alla nuca non è il mio ideale di romanticismo.
Mi perdo un po in quella graziosa figura, rilassando le membra stanche per la precedente scalata. Ora dorme tranquillamente, posso proseguire verso la meta. Do’ un’altra occhiata al cassetto con i gioielli. Mi piange il cuore a non prenderli, ma rischio di far rumore e non sono qui per questo. Devo solo rubare un libro dalla biblioteca. Un libro! Qui c’è il ben di Dio in ricchezze, e il mio committente vuole solo un libro! Dopotutto, che bisogno ho di lamentarmi? Sono pagato bene per questo “lavoretto”; e il perché questo libro sia così importante per lui non mi riguarda minimamente, basta che paghi.

Secondo le mie informazioni, la biblioteca si trova nell’ala Est, non troppo lontano da qui. Esco dalla stanza e mi ritrovo in un corridoio. Magnifico! È proprio uno di quei corridoi che fanno la gioia di un ladro: rade torce, frequenti statue e armature ornamentali ai lati, numerosissimi arazzi alle pareti; tra ombre e possibili nascondigli non corro grossi rischi di essere scoperto.
Mmmh… e questo chi è? Una statua veramente imponente, da far invidia alle meraviglie antiche. Per fortuna mia madre, buonanima, mi ha insegnato a leggere, non come la maggior parte dei ladri che si trovano per le strade. Vediamo un po’ cosa dice la targa: “Lord Deko, Liberatore e Signore di Malfur” e poi altre scritte in lingua antica. Quella lingua non la conosco. Quello lì però lo conosco. Lord Deko: costui liberò qualche lustro fa Malfur dal tiranno barbaro. Che poi liberare vuol dire insediarsi al posto del “barbaro” predecessore, mantenendone i metodi e le funzioni. Evviva il Liberatore! Evviva Lord Deko e i suoi figli! Un gran bel guadagno per noialtri, non c’è che dire.

Una voce, in lontananza, dietro una porta. Sono di nuovo nell’ombra, con le orecchie ben tese.
-… prepara quindi tutto in biblioteca, come ti ho ordinato, seguendo le mie istruzioni. Il rito si deve compiere all’alba, e ormai manca poco…-.
(Voce imperiosa e potente, abituata al comando, timbro profondo e gutturale. Non mi piace il tono, e non mi piace il tipo…)
-E la donna, mio Signore?-
-Di lei non occuparti, sarà mio pensiero. Fai presto. I nostri ospiti devono trovare tutto pronto al loro arrivo.-
Così detto, la porta si apre e ne esce un uomo, vestito poveramente, ma con colori sgargianti. Deve essere il servo. Da quel che ho sentito, mi porterà dritto alla biblioteca.
Prende una torcia e si incammina. Lo seguo nell’ombra.

Arriviamo in biblioteca. Il servo prosegue verso una sala adiacente, portando con se’ la torcia. Ora devo trovare quel dannatissimo libro. Farebbe comodo un po’ di luce, ma se prendo un candelabro, il tizio qui accanto potrebbe accorgersi di me. Dovrò farne a meno.
Non mi è mai capitato prima di dover cercare un oggetto particolare tra centinaia di oggetti simili. La biblioteca è troppo vasta, le librerie troppo numerose; credo proprio di aver bisogno di un bibliotecario…: il servetto! Di nuovo sono tutt’uno con l’oscurità, danzando silenziosamente verso la mia nuova vittima, che ignara continua con le sue occupazioni. Mi volge le spalle, ora. Sfodero la mia daga. Mi avvicino cauto, veloce, silenzioso. Il servo non ha tempo di accorgersi di nulla: l’istante prima sistemava tranquillo i suoi bei ceri, l’istante dopo è bloccato con un pugnale alla gola e una mano sulla bocca. Ci mette poco a capire che è meglio per lui non farmi resistenza. Poi gli sussurro:
-Muoviti e sei morto. Parla e sei morto. Non rispondere alle mie domande e sei morto. Non fare quello che ti dico e sei morto. Tutto chiaro?-
Ovviamente non mi fa notare che per rispondere alle mie domande dovrebbe parlare, o che per fare qualcosa dovrebbe muoversi: non lo farei neanche io, se fossi al suo posto. Riesce solo a tacere, ed è la cosa migliore per lui e per me: mi seccherebbe dover sporcare col suo sangue un furto che per ora era stato fin troppo perfetto.
-Dammi il “De nominibus daemonii”, e fallo in fretta.-
Allento la presa, e lo spintono verso la biblioteca. Lui tremante, comprende ed esegue. Ha un attimo di esitazione. Si dirige ad una vicina libreria, indicandomi frettolosamente un volume. Mi avvicino e ne leggo l’intestazione: nulla a che vedere con il “De nominibus”.
Lo stringo più forte e gli ferisco leggermente il collo con la punta della daga.
-Bel tentativo, ragazzo. Ma a differenza di molti miei pari io SO leggere. Ammiro il tuo coraggio e la tua astuzia, ma fammene un’altra del genere e sei davvero morto. Il libro, ora!-
Il servo, ora più tremante che mai, mi indica il libro giusto.
-Ben fatto. Ora dimmi se c’è un modo semplice di uscire da qui. Non mentire, stavolta, se ti è cara la vita.-
Gli libero un poco la bocca, ma lo stupido fa per gridare. Sbatto la sua testa ad un tavolo e lo stordisco. Non mi piace uccidere, ed evito sempre, quando possibile, di farlo. Già il ricorso alla violenza è stato una concessione alla mia “etica” professionale. Deposito il corpo in un armadio, non lo troveranno subito, avrò tempo per fuggire.

Mi piacerebbe poter uscire dal palazzo da dove sono entrato, ma non sono tanto abile da scendere una parete rocciosa senza attrezzi. Salirla si, è relativamente facile; scenderla è tutt’altra cosa, il rischio decuplica.
Non mi resta che scendere a pianterreno, uscire nel cortile, trovare un modo per passare il cancello. I problemi stanno proprio in questi semplici passaggi. Per scendere dovrò utilizzare le normali scale in pietra, da sempre il terrore dei ladri: sulle scale non vi sono mai posti dove nascondersi, e se qualcuno è lì che le sale o le scende la situazione diventa molto rischiosa. E non ho idea di come fare a passare il cancello. Il furto è arte: improvviserò.
Arrivo alla rampa di scale. Molto peggio di quello che pensavo: sono strette e tortuose, a chiocciola. Devo rischiare. Scendo, con le spalle poggiate alla parete interna, tendendo i miei sensi al massimo. Primo gradino. Secondo. Terzo. Un altro, un altro ancora,e ancora e ancora. Sono al punto critico, in mezzo alla rampa, in un punto in cui non ne vedo l’inizio ne’ la fine. Rumore di passi al piano superiore. Almeno tre uomini stanno scendendo le scale! Mi affretto, ma non posso correre, altrimenti è finita. Arrivo in fondo alla rampa ed un lungo corridoio si para innanzi a me. Maledetto corridoio: questo non è come quello precedente, questo è stretto e lungo, privo di ornamenti e di fronzoli. Non vedo nascondiglio. Sento i tre uomini avvicinarsi. Mi serve urgentemente un’idea. Guardo a destra: nulla; a sinistra: nulla; sopra… Trovato! Speriamo bene.

Non erano in tre. Erano in quattro. E molto ben armati anche. Dalla mia scomoda posizione posso vedere i pennacchi dei loro elmi e le loro spalle robuste. Se mi scovano mi fanno la festa. Mi passano sotto, in fila per uno, tanto il corridoio è stretto. Non resisto più. Sento i muscoli dolere come mai prima. Li sto costringendo ad uno sforzo al quale non sono proprio abituati: il più vicino possibile al soffitto, appeso alle pareti spingendole con braccia e gambe. Dolore. Dolore. Dolore. Passano interi minuti, che ai miei stanchi arti sembrano ore, e le guardie spariscono in fondo al corridoio. Posso scendere a terra. Mi rilasso un attimo, quindi avanzo, cammino un po’, trovo una finestra che da’ sul cortile. Mi guardo intorno e la scavalco.
Il cancello è aperto, con una guardia a un lato che lo sorveglia. C’è un bel viavai di carrozze… molto strano, a quest’ora. Devono essere gli ospiti attesi dal padrone del palazzo. La cosa mi sarà molto utile. Nell’ombra, mi porto sul lato del cancello opposto a quello della guardia. Mi fermo e attendo. Ecco una carrozza che sta per entrare. Mentre varca la soglia, sgattaiolo via, usandola come copertura, poi mi butto in un cespuglio al lato e striscio via, allontanandomi dalla strada. Sono fuori, finalmente.

Arrivo in una radura. Mi distendo. Ho fatto proprio un bel lavoro: nessuno mi ha visto, nessuno mi ha sentito. Eccettuato il servo. Peccato l’averlo dovuto colpire.
Prima di consegnare la refurtiva (e di riscuotere il mio compenso), ascolto i suoni della notte e guardo il cielo sopra di me. Pace. Un cielo limpido, di quelli che si vedono tutte le stelle. Altro che pietre preziose! Se non dovessi guadagnarmi da vivere, potrei lasciar perdere i gioielli e le proprietà altrui, per godermi soltanto il cielo notturno, la luna, gli astri. Ma sono un ladro e devo vivere; e un ladro ruba per vivere, e vive per rubare.

di andrea vinci

Creative Commons License
“Il Furto”, di Andrea Vinci, è pubblicato sotto una
Licenza Creative Commons.

Commenti»

1. Chiara - marzo 7, 2007

Questo mi è piaciuto, ma non molto. Innanzitutto è molto meglio de: “Le Prigioni”, forse perchè sei migliorato (se l’hai scritto dopo “Le Prigioni”) o forse perchè scrivendo in prima persona ti trovi meglio; fatto sta che il personaggio è ben caratterizzato e ci sono solo un paio di cose che non mi sono piaciute. Innanzitutto all’inizio, non è ben chiaro che il ladro sia entrato nella stanza; mi sono trovata disorientata ad un certo punto, perchè dice di avercela fatta, ma a far cosa? Basterebbe aggiungere qualche parola per chiarire la lettura ed evitare la stonatura successiva che fa sì che il lettore si chiede: “Ma allora è nella stanza!?!”, è come se nella testa mentre immagini la situazione tu vedi il ladro appeso alla parete e poi scopri che non lo è più e manca la fluidità dello spostamento. Dopo questo piccolo difetto tutto fila liscio fino alla fine, dove arriva l’altra cosa che non mi è piaciuta. Mi sono quasi sfottuta, stile “Ora voglio sapere che altro succede e che importanza ha quel libro e che ospiti aspettava il padrone di casa e per far cosa, ormai mi hai incuriosita!”, ma il racconto è finito. I due difetti sono cmq risolvibili, l’uno con un’aggiunta minima, l’altro…beh, continuando il racconto!!!

2. andrea - marzo 7, 2007

L’idea che avevo, quando ho scritto il racconto, era un brano di pura azione. Volevo dare ritmo alla narrazione e incitare il lettore ad arrivare alla fine, cosa che penso non mi sia riuscita per nulla ne “Le prigioni di Denron” (ho cambiato il titolo, accetto il tuo consiglio). Il racconto stavolta mi è piaciuto molto di più. Cmq è vero, esercizio di stile a parte, il brano si può considerare parte si una storia un po’ più complicata, che ho tutta in mente, ma che non riesco ancora ad inquadrare, e quindi a scrivere…
Per quanto riguarda la sensazione che hai avuto che non era chiaro che il ladro fosse entrato in stanza, credevo avessi palesato la cosa con la frase, alla fine del primo paragrafo “Un balzo ed è fatta: sono dentro”. Prova a rileggerlo, e se la sensazione che hai avuto rimane, credo farò una piccola modifica.


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